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Raiva: Alentejano occidentale scuro con fuorilegge

Raiva

Raiva è stata la grande vincitrice dei Sophia Awards 2019, assegnati dall’Accademia del cinema portoghese. Narra il problema universale dello status quo, dei poteri di fatto che vogliono restare tali.

Raiva è l’adattamento dell’opera di Manuel da Fonseca, una delle figure principali del neorealismo portoghese, morto nel 1993. La sua vita è stata trascorsa in Alentejo, vivendo da vicino le preoccupazioni dei contadini, sempre presenti nella sua opera (un intero inno in Alentejo) dal suo punto di vista di attivista politico. Alcuni dei suoi lavori sono stati trasformati in film. Creatore di affreschi rudi e aridi come la terra del Basso Alentejo dove si svolge la sua opera “Seara do vento” (1958), non si piega al folclorismo o al sociale, predomina la psicologia dei personaggi, spogliata di ogni caratteristica di civiltà, per mostrarli nel loro stato naturale. La penna di Fonseca supera in questo romanzo il naturalismo fotografico che ha caratterizzato il movimento ai suoi inizi.

Raiva ha saputo distillare l’essenza del romanzo di questa terra “seminata dal vento”, da questa sequenza di una donna addolorata che entra nella misera casa lamentandosiQuel dannato ventoIl film disegna la fine degli anni Cinquanta del salazarismo, il confronto con i grandi grandi proprietari terrieri, la cui immensa povertà devono contendersi preda ad un’aquila e mendicare il pane alla popolazione. Sérgio Tréfaut beve da vari stilistici fonti, alcune delle quali sono vere quadri viventi. L’eccellente fotografia (Acácio de Almeida), fa riferimento ai cieli zuloagiani, con orizzonti stilizzati che sembrano dipinti e riferimenti alle nuvole bergmaniane di Il settimo sigillo. La composizione è accuratamente dettagliata. Da questa scena della morte del Sobral, dove le scale svolgono la funzione di linee di fuga che conducono al cadavere, con il corpo della figlia che rompe la struttura come uno strano elemento, al modo di raggruppare le donne vicino alla porta o il caminetto. La Spagna nera è presente, vista la vicinanza fisica e sociale dell’epoca. Ogni scena ha un’estetica studiata: la moglie che tira fuori una finestra, il viaggio tra i volti desolati dei vicini che cercano rifugio nella religione durante la messa, i controluce dei contrabbandieri sul fiume, le punture del protagonista.

Raiva ha saputo distillare l’essenza di questa terra “seminata dal vento” descritta dal romanzo.

La giusta scelta di un bianco e nero, con lievi sfumature virate al seppia, i grumi scuri di donne in lutto, la scarsità di dialoghi (tipica di un Graciliano Ramos in “Dry Lives”), i momenti abitati dei silenzi, contribuiscono a creare disagio e disagio. Aiutano a sentire da vicino la sofferenza di chi non ha nulla, l’assenza del figlio disabile, il destino contro il quale nulla si può fare se non seguono le loro orme. La colonna sonora è composta da pochi momenti con canzoni dell’Alentejo e inni anacronistici (Santa Barbara) o l’Ave Maria, che creano una sensazione di atemporalità e disagio. Hugo Bentes (Palma) ha sviluppato la sua vita professionale nella musica dell’Alentejo come cantante e tecnico del suono ed è la rivelazione di questo film con la sua interpretazione laconica e serena, che si basa su un fisico peculiare. Un ruolo per il quale si è preparato, anche fisicamente, andando in palestra. Il regista gli ha offerto il ruolo, essendo stato il volto del “Alentejo, Alentejo“, Documentario che è stato l’origine di questo film. L’estetica e lo spirito del western, nel suo lato più oscuro, sono nella narrazione. Il confronto di Palma con le autorità, l’esecuzione del proprietario terriero, il rilievo del paesaggio, i poteri concreti di fronte alla libertà I potenti paesaggi della Monument Valley si trasmutano nelle aride pianure dell’Alentejo, fiumi minacciosi, superbi controluce. Le tecniche di Welles nei suoi film a basso budget, tutte sfumate con una fotografia irreale, che diventa un altro personaggio nella tragedia. Isabel Ruth è una delle più grandi attrici del cinema portoghese (Val Abraao, A Caixa). Serena la sua interpretazione, che supera questa fatalità che vola sulla pianura arida, distillando silenzi e sguardi carichi di intensità. Gioca a Raiva con il rinculo nel tempo, narrando in retromarcia, Mostrando le lettere dall’inizio per evidenziare l’irreversibilità della destinazione. Questo incipit non è altro che atipico macguffin, Al fine di indirizzare lo spettatore ai motivi e alle origini degli omicidi.

I personaggi si muovono asfissiati, spinti da un destino di tragedia ellenica. un fatum impossibile da evitare, che si svolge in un paesaggio debitore della fotografia antropologica di Rafael Sanz Lobato. Un paesaggio che distilla una poesia folle, avvolto in magistrali chiaroscuri. L’aridità del paesaggio umano è ancora maggiore. L’arcaico cinismo vitale di Amanda (Isabel Ruth), la dolorosa accettazione di Julia (Leonor Silveira), l’individualismo suicida di Palma (Hugo Bentes), che lo porta all’incomprensione delle soluzioni sociali proposte da Mariana slow Rita Cabaco), il personalità sinuosa del sergente (José Pinto) o la presunta superiorità sociale di Elías Sobral (Diogo Dória). La cultura matriarcale è presente nel ruolo delle donne. Femmine potenti, solide, marinate nell’asprezza delle giornate. Raiva è un solido recital di interpretazioni, onesto, avvolto nella rigidità della composizione simmetrica dei piani. Con indubbie evocazioni di Béla Tarr (Il cavallo di Torino). Il tempo, apparentemente lento, ha un potente ritmo narrativo interno e senza alti e bassi. L’evocazione visiva distilla un soggiogante potenziale lirico, non privo di metafore. Come la scena del falco che contesta la preda o questa ragnatela, subito dopo l’arresto, analogia simbolica del potere della classe dirigente. Gli echi rimandano al western fordiano dallo spirito indomabile, che passa attraverso la viscontiana La Terra trema o pennellate di Salvatore Giuliano di Francesco ROCI. Nonostante la sua genesi neorealista, il regista lusitano si allontana dai postulati italiani con la sua messa in scena di una certa teatralità e pregiudizio nelle performance (il talento del regista per la costruzione del personaggio è notevole). Si allontana anche dal neorealismo classico a causa dell’atemporalità del film che, sebbene ambientato nello squarciato Alentejo, ha un carattere di mitologia universale, discorso ecumenico e sublimato da questa trama di realismo magico che dà il gioco della tavolozza bicromatica. Di fronte alla tridimensionalità degli elementi del palcoscenico, la fenditura di Raiva si ritrova nel monocromatismo dei personaggi. Nella tesi antropologica raggiunge dettagli di ampio spessore umano e sociale (quasi documentario), ma la scelta di un mondo archetipico dove prevale il manicheismo, nuoce all’epopea del pathos.

Raiva è un solido recital di interpretazioni, onesto, avvolto nella rigidità della composizione simmetrica dei piani.

I personaggi chiedono più bordi per non diventare unidimensionali. I punti migliori di questa metafora sono per i personaggi di Mariana e Clara Sobral (Maria Villaverde Cabral) che si muovono tra due mondi con sfumature e diventano più poliedrici dei personaggi; un po ‘in scatola; di altri personaggi. La perdita di umanità porta a un allontanamento emotivo e l’empatia si perde lungo la strada. Raiva è un’opera ipnotica, di notevole plastica, che racconta; con l’economia dei media; sentimenti universali. Una poetica sinfonia di gradazioni in grigi, bianchi e neri. Una narrazione superba, asciutta e precisa, con la severità prototeatrica di un cineasta portoghese e articolazioni bressoniane nel linguaggio. I “quadri”, artificiali nella forma, e la ricerca del crudo verismo, riescono a distillare dall’artificio del realismo una tragedia primordiale e ancestrale. Un po ‘più vicino alla leggenda. Qualcosa che nasce dalla terra, dal sangue versato, dal sudore delle generazioni.

Raiva, Narra il problema universale dello status quo, dei poteri effettivi che devono rimanere tali, dei bisogni afflitti dal vento e dalla carestia. Una storia che, oggi, è ancora tristemente viva. Un ciclo di rivolta sociale che si ripete come il mito di Sisifo. Ancora e ancora.

Raiva è stata la grande vincitrice dei Sophia Awards 2019, assegnati dall’Accademia del cinema portoghese. Il film ha vinto sei Sophia Awards: Miglior film; Miglior attrice (Isabel Ruth); Miglior attore (Hugo Bentes); Miglior attore non protagonista (Adriano Llum); Miglior sceneggiatura non originale (Sergio Tréfaut e Fátima Ribeiro); e Miglior fotografia (Acacio de Almeida). A questi si aggiungono altri premi vinti a festival e concorsi cinematografici internazionali. Il film ha la collaborazione speciale dell’attore spagnolo Sergi López.


Sinossi Alentejo, 1950. Nei campi deserti del Portogallo meridionale, flagellati dal vento e dalla carestia, scoppia la violenza: durante la notte avvengono numerosi omicidi a sangue freddo.
nazione Portogallo
direzione Sergio Trefaut
script Sergio Trefaut
Fotografia Acácio d’Almeida
cast Isabel Ruth, Leonor Silveira, Hugo Bentes, Caio Cesar, Rita Cabaco, Adriano Llum, Lia Gamma
genere Dramma
durata 90 min.
Titolo originale Raiva

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