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Dopo aver ricevuto il plauso della critica con l’esperimento (2001) e vince l’Oscar per i sopravvalutati il collasso (2004) -tentativo frustrato, per la sua superficialità, di avvicinarsi al lato umano dei leader del nazismo-, Oliver Hirschbiegel si è addentrato, con più dolore che gloria, in produzioni mercenarie che hanno finito per fare di lui un regista corretto, ma senza risorse espressive, che è lo stesso per una persona distrutta come per una distrutta.

Film altrettanto dissimili – e frustranti, intrisi di un fastidioso tufo in un film per la TV – come invasione (2007),
Cinque minuti di gloria (2009) o lo sfortunato
Diana (2013) notano le derive di chi per molti, forse peccatori ottimisti, era diventato un decennio fa una delle promesse del panorama europeo contemporaneo.

13 minuti per uccidere Hitler è, in questo senso, un tentativo di tornare al titolo che gli ha portato il maggior successo della sua carriera, e con esso a un simulacro d’autore basato sul bagaglio di certi tipi di lungometraggi. Si tratta di coloro che si iscrivono alla ricostruzione del periodo più oscuro della storia tedesca recente, di cui – con poche eccezioni – il cinema ha fatto un groviglio di cliché drammatici e ideologici per trasformarlo in un genere a sé. forse oggi i film ei campi di concentramento nazisti sono una delle forme più rappresentative di favola nel regno della narrazione contemporanea.

Tornando, quindi, al territorio del nazismo, 13 minuti per uccidere Hitler racconta la vita di Georg Elser (Christian Friedel), Musicista e falegname di origini provinciali che stava per porre fine alla vita del Führer facendo un esplosivo artigianale. Un personaggio che finisce per essere francamente accattivante nella sua evoluzione di buon vivere senza più aspirazioni, all’inizio, che legare con estranei o perdere in mare, a un individuo coscienzioso in grado di pianificare un massacro.

Tuttavia, il più interessante di
13 minuti per uccidere Hitler, Proposta altrimenti antiquata – a volte, si potrebbe pensare che da allora non siano passati settant’anni Roma, città aperta (1945) -, esplicativa, piena di luoghi comuni e passando dal ritratto messianico dell’eroe è la descrizione, a volte acuta, della normalizzazione di forme di risentimento sociale che i cittadini non concepiscono mai come inquietanti, ma che finiranno presto per abbattere il precario istituzionale ordine su cui si basava la democrazia tedesca. Casualmente o no, le attuali risonanze di queste considerazioni sono gratificanti.

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